Giuliana Natali
Testo di Renata Casarin
pubblicato sul catalogo “Arte a Mantova 1950-1999” – Mantova, Aprile 2000

Si è dedicata all’attività artistica a partire dagli anni Ottanta, dopo una ricerca di autonomia e specificità di linguaggio, venendo da una partenza neo-realistica; linguaggio che, pure individuato, ha tuttavia conosciuto negli ultimi quindici anni fasi espressive differenti.
Esordisce nel 1986 con la partecipazione a “Figure dallo sfondo 2. Magma 10 anni dopo”, una mostra curata da Romana Loda al Palazzo dei Diamanti di Ferrara che metteva in campo i linguaggi femminili. Due anni dopo è fra le artiste della collettiva “A più voci” promossa dal Centro di Cultura Einaudi di Mantova e, nell’ambito di “Auscultando la terra” a cura di Ezio Francesco Grisanti, realizza un’installazione nei giardini di Valletta Belfiore.
“Calice della seduzione” inaugura alla Galleria Diecidue Arte di Milano la prima personale dell’artista, con presentazione in catalogo di Renata Casarin. Si tratta di una mostra nella quale la valenza espressionista, la natura organica delle opere d’alabastro modellato si esplicitano in corpi plastici sospesi nello spazio, inerti se pur vitali, ispirati ai miti di trasmutazione dei corpi, inafferrabili oggetti del desiderio. Il tema dell’impossibilità, del contrasto, del doppio, rimane costante del suo lavoro, che dalla modellazione plastica procede nel tempo ad una rarefazione formale e ad una secchezza espressiva percepibili sia nelle installazioni e sia nelle strutture bidimensionali. La dialettica non risolta esprime in Natali il senso d’inadeguatezza nei confronti dell’arte, come se pur praticandola l’artista non potesse credere alla sua capacità di significare l’esistente.
Questo atteggiamento critico e investigativo colloca la sua produzione su un piano concettuale espresso con tecniche e immagini di volta in volta differenti; il suo peregrinare è all’insegna del patire l’arte e nello stesso tempo dell’incapacità di non farne esperienza.
Nel marzo del 1988 allestisce anche la seconda personale “Ossimori” al Centro di Cultura Einaudi di Mantova, che esemplifica il discorso sull’ambiguità della prassi artistica ed esprime nello stesso tempo il tema dell’alienazione del soggetto, destinato solo a specchiarsi nell’altro (Amanti impossibili, Battaglia dei bianchi e dei neri) senza riconoscersi. Gli anni successivi sono ancora all’interno di questa oscillazione espressiva che implica un fare ora giocato sull’artificio, sul tema della specularità barocca, ora imperniato su di un linguaggio rigoroso, neo-costruttivista, quasi asettico se non fosse per quell’uso del bianco e del nero al cui interno si colloca lo scarto, lo iato mai risolto dell’arte di Giuliana Natali. Dopo “Juliet ten Years” alla Decidue Arte del 1990 e “Planetaria”, curata da Andrea Casati a Stradella di Pavia, l’anno successivo l’artista entra in relazione con Arte Struktura. Partecipa alla rassegna “L’arte costruisce l’Europa” con quelle che Anna Canali considera le sue prime opere a carattere in oggettivo. Si tratta di elementi tridimensionali ottenuti mediante estroflessioni della superficie, disposte in sequenza alternata di partiture ritmiche dipinte, seguendo un modulo cromatico binario. Nei successivi lavori Natali si concentra sull’analisi dello spazio, lo agisce con piani forza che, prima autonomi, hanno necessità di completarsi nell’altro, di strutturarsi anche tridimensionalmente e di diventare quelle che l’artista ha chiamato Forme multiple. Il passaggio appena precedente si situa nel ciclo Teatro dei sentimenti, dove i supporti si fanno tridimensionali bucando lo spazio per elementi chiusi e aperti, e in quello delle Scritture, segmenti lanciati veloci nello spazio delle pareti secondo vettorialità opposte e traiettorie che procedono indifferentemente da destra a sinistra e viceversa.
Il risultato di questo percorso è esposto nel 1994 alla personale dello Studio B2 di Genova “Itinerari di un viaggio senza meta”, curata da Marisa Vescovo. Nello stesso catalogo l’artista chiarisce in un dialogo con Renata Casarin le ragioni di dieci anni del suo lavoro.

Continua l’attività espositiva che l’anno precedente l’aveva vista presente alla rassegna “Officina artistica mantovana” alla Casa del Mantegna di Mantova, partecipando alla rassegna internazionale “MADI” alla Galleria Arte Struktura e alla collettiva “Molto diligenti osservazioni”, curata da Emma Zanella e dalla Decidue Arte di Milano, oltre che a diverse iniziative nazionali.
La necessità di Natali di confrontarsi con la pluralità dei linguaggi contemporanei la conducono ad aderire alle provocazioni di “Baj & Company” e a eventi performativi realizzati in collaborazione con Hans Hermann T., nei quali diventa preminente l’opera di decodificazione dell’atto creativo ed estetico: con interventi d’ordine concettuale che liberano la sensibilità e la fecondità immaginativa. Il legame sempre dichiarato da Giuliana Natali con Fluxus, con la concezione dell’opera vivente, ludica, capace di scatenare nuove possibilità immaginative, è evidente. L’artista affida all’evento effimero, non necessariamente eclatante sul piano visivo, il compito di bruciare nel gesto quell’ansia di sperimentazione linguistica che l’opera durevole non può consentire. Nemmeno abbracciando l’ordine e la misura della figurazione geometrico-astratta, poiché l’’aura’ simbolica del suo linguaggio non glielo consente.
Numerose sono le partecipazioni a collettive in anni recenti, si ricordano le presenze nel 1998 a “Sculpt”, promossa dal Museo d’Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti e, sempre nello stesso anno, alla giornata dedicata alla “Patafisica – Eventi e Venti” organizzata da Afro Somenzari a Pomponesco (Mantova).
Mantova, 8 Aprile- 11 Giugno 2000

Autopresentazione dell’artista
pubblicato in occasione della mostra “Altre-Menti”, percorso dell’arte femminile del Novecento a Mantova, Museo d’Arte Moderna di Gazoldo degli Ippoliti, Aprile- Maggio 2002

Confesso che non mi è facile parlare della mia arte con lucidità e senza contraddirmi, facendo magari riferimento ad una progettualità condotta con coerenza sin dall’inizio. Il mio non è stato un percorso rettilineo e costante: ho seguito una direzione, non una strada maestra. La curiosità e il desiderio di sperimentare mi hanno portata su strade diverse, ma tutte orientate nella medesima direzione. La direzione, l’orientamento mi sono dati dall’idea che ho dell’arte che è alla base del mio lavoro.
E’ un’idea legata alla forma e alla sua plasticità: una forma essenziale, pura, grandiosa nella sua semplicità; invadente ma armoniosa, austera ma gentile, potente ma discreta. Non sono mai stata attratta dalla pittura come dalle forme. Anche i colori hanno un loro fascino, quando assumono forme interessanti e significative. Sin dall’inizio mi sono interessata ad una forma espressiva e in certi casi anche simbolica. Una forma che a volte vuole essere movimento, tensione, slancio, flessione, oppure, come nelle prime opere in alabastro gessoso, vuole essere espressione di sensualità, di desiderio voluttuoso, di unione, di abbraccio.
La forma può contenere una grande forza comunicativa ed essere di forte impatto emotivo. Ma quando è ridotta all’essenza ha bisogno di essere moltiplicata per acquisire potenza e grandiosità, oppure deve assumere dimensioni tali da dominare lo spazio in cui è collocata.
Mi ha sempre interessato l’arte che si pone in rapporto diretto con lo spazio e con lo spettatore. La forma plastica non la intendo tuttavia come forma assoluta. Penso ad una forma flessibile, camaleontica, mutevole nello spazio e nel tempo.
La forma vive in rapporto al suo tempo e al suo spazio, elementi con i quali entra in relazione e l’accolgono. L’opera non vive per l’eternità, ma per ricrearsi e trasformarsi ogni volta, anche se con gli stessi mezzi e le stesse potenzialità.
Partendo da questi presupposti, penso che l’arte possa vivere un rapporto armonioso con la natura e con l’umanità, poiché nulla di ciò che esiste è immutabile. L’arte è il fare e il disfare per ricominciare da capo; è la via per conoscere, per scoprire, per migliorare. L’arte si afferma e si definisce nell’atto della sua creazione ed ogni volta è un rimettersi in gioco.
In questi anni di attività non ho mai rinunciato a confrontarmi con linguaggi diversi e sperimentare nuove possibilità stilistiche. Penso che ogni esperienza vissuta, e non negata, porti in ogni caso ad una maggiore consapevolezza.